Contro la resilienza a ogni costo: elogio del momento in cui ci spezziamo

Oggi tutto è resilienza: quella parola che un tempo si usava per descrivere i materiali elastici ora la trovi nei manuali di leadership, nei discorsi dei coach motivazionali. “Sii resiliente!” ci dicono. “Trasforma ogni caduta in un trampolino!”.

La resilienza è diventata la nuova religione laica del benessere: una richiesta continua di tenere botta, sorridere, imparare da ogni crepa come se fossimo tutti vasi giapponesi da riparare col Kintsugi.

Spezzarsi è un atto di sincerità. Quando crolliamo, vediamo cosa ci ha fatto cadere. Quando qualcosa si rompe, possiamo finalmente chiederci: era costruito bene? era mio? mi serviva davvero? Le crepe sono mappe. Ci indicano il punto in cui non abbiamo più finto. Il luogo esatto in cui qualcosa ha chiesto di essere ascoltato.

La resilienza esasperata rischia di diventare un’altra maschera dell’efficienza: non ti concedi di cedere perché devi farcela. Ma forse, a volte, cedere è un inizio più onesto. Non un fallimento, ma un gesto di lucidità.

Erich Fromm parlava della differenza tra l’avere e l’essere. Ecco: la resilienza da manuale è un verbo da avere: “devo avere forza, devo avere risorse”. Ma la fragilità, quella vera, ci riporta all’essere. Al sentire. All’ascoltare senza performance.

Spezzarsi non è cedere il passo alla debolezza, ma aprire uno spazio per capire da cosa stavamo scappando. E forse, solo lì, nasce una forma di resilienza autentica: quella che non serve dimostrare a nessuno.

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