Tutti abbiamo pregiudizi. Brutta notizia? No. Solo un po’ scomoda.
Viviamo in un tempo che si illude della propria superiorità morale: crediamo che basti definirsi “aperti”, “inclusivi”, “progressisti” per non inciampare mai nei nostri condizionamenti. Ma i pregiudizi non si annidano nelle ideologie sbagliate: vivono dentro ciascuno di noi, silenziosi e operativi, anche quando pensiamo di esserne immuni.
Il punto non è demonizzarli, ma riconoscerli. Perché il vero problema, spesso, non sono i pregiudizi in sé, ma la convinzione di non averne. È lì che diventiamo pericolosi: quando parliamo “a fin di bene” senza accorgerci che stiamo semplificando la realtà. Quando giudichiamo qualcuno convinti di essere obiettivi. Quando pensiamo di vedere chiaro, ma stiamo solo guardando attraverso il filtro delle nostre esperienze, paure, abitudini.
Essere umani è un mestiere complesso. Siamo un intreccio di cultura, famiglia, esperienze, biologia. Pretendere di essere trasparenti a noi stessi è una forma sofisticata di ignoranza. Ci vuole coraggio per ammettere: sì, ho dei condizionamenti. Sì, sono pieno di automatismi che filtrano il mio modo di vedere gli altri.
La buona notizia? È normale. È umano. Ma finché ci raccontiamo la favola della nostra perfetta neutralità, non cambieremo nulla. Solo nel momento in cui diventiamo consapevoli possiamo, magari con fatica, aggiustare il tiro.
La consapevolezza non elimina il pregiudizio. Ma ci impedisce di scambiarlo per verità.
E poi, diciamolo: senza giudizi a priori, ci pungeremmo ogni volta che prendiamo in mano una rosa. Il problema non è il giudizio in sé, ma quando diventa invisibile. Quando si camuffa da obiettività. Quando guida le nostre azioni senza passare dalla consapevolezza.


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