“Non mi importa del giudizio degli altri”

È la frase preferita da magliette ribelli, bio Instagram e tatuaggi con font discutibili: “Non mi importa del giudizio degli altri.” Peccato che, nella maggior parte dei casi, sia il contrario. Anzi: spesso chi lo dice è proprio chi ne è ossessionato.

Perché se c’è una cosa tipicamente adolescenziale (alcune volte l’adolescenza dura tutta una vita) , è dichiarare guerra ai giudizi altrui… con la segreta speranza che tutti applaudano. Il paradosso è questo: più urliamo che non ci importa, più stiamo chiedendo attenzione. Lo diciamo a voce alta, perché in fondo vogliamo che qualcuno ci ascolti — e magari approvi la nostra (presunta) indifferenza.

Il punto è che il giudizio degli altri ci riguarda. Siamo esseri sociali, viviamo nello sguardo degli altri. È sano prenderli in considerazione: in alcuni casi serve a crescere, a correggere la rotta, a non vivere isolati nel proprio castello mentale.

Il problema nasce quando quel giudizio diventa misura assoluta di ciò che siamo. Quando ci plasmiamo in base a come pensiamo di venire percepiti. Quando viviamo una vita da profilo social: selezionata, filtrata, adattata al “like”.

Spesso però chi ci giudica vede solo un frammento. Un vestito, un tono di voce, un errore. Il giudizio è quasi sempre parziale, affrettato, condizionato da stereotipi o insicurezze altrui.

La vera svolta non è dichiarare che “non ci importa”. È renderci conto di quanto ci importa — e scegliere come farci influenzare.

La consapevolezza è tutto: sapere che siamo vulnerabili allo sguardo altrui, eppure capaci di non essere prigionieri di quel riflesso. Di ascoltare senza adeguarci. Di accogliere senza subire.

E se ci credi davvero di non essere influenzato dal giudizio degli altri… credeghe ai ufo (credici agli ufo 👽), come si dice dalle mie parti 😄

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