“Diventa la migliore versione di te stesso!”, “Credi in te e otterrai tutto!”. Frasi da tazze motivazionali, certo, ma anche slogan perfetti per vendere qualsiasi cosa: profumi, automobili, mascara..
Viviamo immersi in una cultura che ci invita a espandere l’ego come un palloncino gonfiabile. Il messaggio è chiaro: così come sei non basta. L’identità diventa un progetto da ottimizzare, l’autostima un prodotto da perfezionare.
Erich Fromm l’aveva visto con lucidità: nella società dell’avere, il valore della persona si misura in base a ciò che possiede, produce o mostra. Non c’è spazio per l’essere autentico, solo per un “io” ipertrofico che ha bisogno continuo di conferme. Ma proprio lì si apre il paradosso: più l’ego si gonfia, più si fa fragile. Più diventa visibile, più diventa bersaglio.
Basta una critica online, un confronto scomodo, una giornata storta—e quell’ego brillante traballa. Perché se il tuo valore dipende da quanto sembri efficace, ammirato o vincente, sarà sufficiente un dettaglio stonato per sentirti nullo.
E se invece ci fosse un’altra strada?
Non si tratta di annullare l’io, ma di ridimensionarlo. Di togliergli il megafono. Di ricordare che non siamo il nostro “brand personale”.
Quando l’ego perde centralità, succede qualcosa di buffo: si sta meglio. Si ride di più. Si è meno offesi e più liberi. Non serve più difendersi a ogni costo, si può stare nel mondo con un po’ più di morbidezza.
> “L’uomo moderno pensa di perdere qualcosa—il tempo—quando non fa le cose in fretta; eppure non sa cosa fare del tempo che guadagna, se non ammazzarlo.” > — Erich Fromm, L’arte di amare


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