Che cos’è davvero la felicità?

Tra Aristotele e la saggezza meditativa di Yongey Mingyur Rinpoche

La felicità è un tema antico quanto l’essere umano. Da secoli, filosofi, mistici, poeti e scienziati cercano di definirla, inseguirla, afferrarla. Eppure, forse più che una definizione precisa, è l’esperienza diretta della felicità che ci guida.

Per Yongey Mingyur Rinpoche, la felicità autentica è uno stato di chiarezza, calma, gioia e apertura interiore. Un sentire profondo che nasce dentro di noi, e che non dipende da ciò che accade all’esterno.

Una visione che risuona in modo sorprendente con il pensiero di Aristotele, che più di duemila anni fa parlava di eudaimonia: la realizzazione armoniosa della nostra natura più autentica, attraverso la virtù e la saggezza.

> “La felicità è il fine ultimo e autosufficiente della vita.” — Aristotele

La trappola del desiderio realizzato

La nostra cultura spesso ci suggerisce che la felicità è ottenere ciò che vogliamo: un oggetto, un traguardo, una persona. “Se ottengo questo… sarò felice.” Rinpoche racconta con ironia gli studi secondo cui le due principali fonti di felicità moderna sarebbero: vincere alla lotteria e sposarsi. Ma la felicità da lotteria dura in media due anni. Quella da matrimonio? Circa cinque.

Dopo un po’, anche i sogni più dolci diventano normalità. E il cuore, instabile, cerca un altro appiglio.

Aristotele non sarebbe sorpreso: per lui, infatti, la felicità non nasce dal piacere momentaneo, ma da una vita vissuta in accordo con la virtù, con equilibrio e comprensione della nostra natura.

Dentro, non fuori

Rinpoche osserva che quando cerchiamo la felicità fuori di noi, essa diventa fragile: ondeggia come una barchetta nel mare. Ma la felicità più profonda nasce dalla consapevolezza di sé, dal coltivare uno spazio interiore che non dipende da cosa succede “fuori”.

In questo, sia Aristotele che Rinpoche sembrano suggerirci una stessa via: la felicità non è qualcosa da ottenere, ma una qualità da coltivare.

Saggezza, metodo e virtù

Come possiamo trovarla? Rinpoche parla di due forze da integrare: la saggezza (conoscere la natura delle cose e di noi stessi) e il metodo (compassione, amore, e pratica meditativa). Aristotele parlerebbe di phronesis (la saggezza pratica), che ci aiuta a scegliere ogni giorno ciò che ci allinea con il bene e il senso.

In entrambi i casi, la felicità non è automatica. È un cammino, un allenamento dolce e profondo.

Felicità come radice, non come foglia

La gioia di cui parlano Rinpoche e Aristotele è silenziosa, come il respiro consapevole. Non ha bisogno di clamore, né di spettacolo. È come un albero ben radicato nella terra: le foglie possono tremare, ma il tronco rimane saldo.

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