Piacere e Felicità

Ciò che chiamiamo piacere è spesso solo il sollievo da un dolore. Mangiare è piacevole solo se siamo affamati. Dormire è estasi, ma solo quando siamo sfiniti. Ogni piacere ha un’ombra. E ogni ombra è un bisogno insoddisfatto.

La trappola fisiologica

La neurobiologia lo conferma: ciò che inseguiamo come “piacere” è in realtà una scarica di dopamina che anticipa la ricompensa. Ma il cervello si adatta in fretta. È la famosa assuefazione: più otteniamo qualcosa che ci stimola, meno effetto fa. Il piacere si logora. Diventa abitudine. Poi noia. E infine frustrazione.

Da qui nasce la spirale del “di più”: un altro morso, un altro scroll, un altro acquisto. Ma il picco che cerchiamo è sempre più difficile da raggiungere.

La psicologia lo chiama “tapis roulant edonico”

A ogni desiderio esaudito, torniamo rapidamente al livello basale di benessere. E allora rincorriamo la prossima cosa. La prossima emozione. Come se il piacere ci promettesse una felicità stabile. Ma quella promessa—semplicemente—non viene mantenuta.

Il Filebo di Platone: più attuale che mai

Nel Filebo, Socrate sfida la tesi del giovane Filebo, secondo cui la vita buona coincide col piacere. Eppure, nel dialogo, emerge una verità semplice: non tutto ciò che piace è buono, e non tutto ciò che è buono dà piacere. La felicità duratura, dice Platone, nasce da ciò che è “misurato, proporzionato e ordinato”—non da un’ebbrezza che va e viene.

Socrate propone allora un’alternativa: la “vita mista”. Una vita in cui piaceri ci sono, sì, ma illuminati e regolati dalla consapevolezza e dalla ragione. Non repressi. Non idolatrati. Solo messi al loro posto.

> “Quello che non ha misura non può essere felice.” > — Platone, Filebo

La mindfulness come via d’uscita

Quando osserviamo il piacere senza identificarci con esso, accade qualcosa di rivoluzionario: vediamo il meccanismo in azione. E smettiamo di confondere l’impulso con la libertà. Non si tratta di diventare asceti, ma di smettere di vivere in funzione del prossimo stimolo.

La felicità, allora, non è un’onda. È uno sguardo. Uno spazio interno in cui non siamo più schiavi del bisogno.

Conclusione: l’equivoco più grande

Confondere il piacere con la felicità è come scambiare il lampo per il sole. Il primo è intenso, ma breve. Il secondo è stabile, anche quando non lo guardi. La felicità autentica nasce dalla consapevolezza: quella capacità di sentire il momento senza esserne travolti. Non urla. Non abbaglia. Ma resta.

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