Nel buddhismo Theravāda esiste una pratica antica e radicale: asubha bhāvanā, la contemplazione dei cadaveri. I monaci si recavano nei cimiteri aperti per osservare i corpi in decomposizione, non per morbosità, ma per meditare sull’impermanenza del corpo e liberarsi dall’attaccamento alla forma.
Oggi, in un mondo che idolatra la giovinezza e la bellezza, questa pratica può sembrarci lontana. Eppure, forse, abbiamo ancora bisogno di guardare in faccia ciò che cambia. Non nei cimiteri, ma nei nostri archivi digitali.
Una foto, un volto, un tempo che non c’è più
Ti invito a fare un esperimento. Cerca una fotografia di una persona che un tempo era considerata bellissima. Un volto che ha attraversato riviste, schermi, sogni. Guardala.
Osserva la pelle, lo sguardo, la postura. Poi lascia che emerga la consapevolezza: anche questo è passato. Quel corpo non esiste più. Quella luce, quella voce, quella presenza — sono diventate ricordo. Eppure, l’immagine resta. E ci guarda.
La bellezza non è negata: è liberata
Contemplare l’impermanenza non significa negare la bellezza. Significa liberarla dalla paura della perdita. Ogni forma è destinata a mutare. Ma proprio per questo, ogni forma è preziosa. La bellezza non è nel trattenere, ma nel vedere con chiarezza. E lasciar andare con gratitudine.
Il corpo come nuvola
Nel Dhammapada si legge:
> “Tutti i costrutti sono impermanenti. Quando lo si vede con chiarezza, si è liberi dal dolore.”
Il corpo è come una nuvola: appare, si trasforma, svanisce. Non è nostro. Non è stabile. Non è identità. Eppure, è porta d’accesso alla consapevolezza.
Conclusione – Guardare senza trattenere
In un’epoca che conserva ogni immagine, ogni selfie, ogni traccia, la vera rivoluzione è contemplare ciò che non resta. Guardare un volto del passato non è un esercizio malinconico. È un atto di lucidità. Ci ricorda che nulla ci appartiene. Che ogni forma è un passaggio.


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