“Conosci te stesso” ammoniva l’oracolo di Delfi. Ma conoscere non basta: occorre anche osservare, accogliere, trasformare. In questo cammino, la psicologia adleriana e la mindfulness si incontrano come due sentieri diversi che conducono a uno stesso luogo: un sé più consapevole, integrato e relazionale.
Dal senso di inferiorità alla gentilezza amorevole
Per Alfred Adler, ogni essere umano sviluppa sin dall’infanzia un senso di inferiorità (Minderwertigkeitsgefühl), un vissuto naturale che nasce dal riconoscimento dei propri limiti e dalla tensione a superarli (Streben nach Überlegenheit). Questo impulso è fisiologico e persino salutare: ci spinge a crescere, apprendere, contribuire.
Il problema sorge quando questo senso si irrigidisce o si deforma: nasce il complesso di inferiorità, che blocca l’autenticità e genera maschere di compensazione. È importante ricordare che anche persone di grande valore, talento o sensibilità possono sviluppare un complesso di inferiorità, non per reale mancanza, ma a causa di esperienze infantili invalidanti, ambienti svalutanti o confronti sociali distorti. Non è la realtà oggettiva a determinarlo, ma l’interpretazione soggettiva del vissuto.
Un esempio toccante è Matthieu Ricard, monaco buddhista ed ex biologo molecolare. Nonostante i suoi successi accademici e la formazione scientifica d’eccellenza, Ricard racconta di aver vissuto un profondo senso di inadeguatezza in gioventù. Solo attraverso la meditazione e la pratica di mettā (benevolenza amorevole) ha potuto trasformare quel vissuto in una sorgente di apertura. Come afferma in un dialogo con Frédéric Lenoir:
> “Non ho mai sentito di essere davvero ‘a posto’ con me stesso fino a quando non ho imparato ad amare me stesso come si ama un amico.”
Una frase semplice, disarmante. Non basta capire: serve anche sentire.
Osservare lo stile di vita con gentilezza
Adler definiva Lebensstil (stile di vita) lo schema soggettivo con cui interpretiamo il mondo. Una mappa appresa precocemente, spesso invisibile, che guida scelte, relazioni e aspettative.
La mindfulness porta consapevolezza proprio lì: ci invita a osservare i condizionamenti interiori senza giudizio, con uno sguardo curioso. In questa luce, mettā agisce come uno sfondo affettivo: ogni pensiero auto-svalutante può essere ascoltato con dolcezza, ogni emozione spiacevole può essere accolta senza fuga. Non per “lasciare tutto com’è”, ma per creare lo spazio in cui qualcosa possa mutare.
Il terapeuta adleriano e l’istruttore di mindfulness hanno molto in comune: entrambi non risolvono, ma sorreggono. Offrono uno spazio di sicurezza dove poter rivedere le proprie mappe e, se necessario, disegnarne di nuove.
Libertà come scelta consapevole
Adler credeva fortemente nella Entscheidungsfreiheit, la libertà di orientamento interiore. Anche in presenza di difficoltà o traumi, l’individuo mantiene — almeno in potenza — una capacità di scelta, di direzione, di crescita.
La mindfulness rafforza questa possibilità offrendo strumenti per abitare il presente con intenzionalità (Intention). Ogni respiro consapevole interrompe l’automatismo e apre uno spazio di decisione. Se coltiviamo mettā come intenzione profonda, anche le scelte più piccole iniziano a risuonare di cura.
Sentimento sociale e benevolenza universale
Il cuore della psicologia adleriana è il Gemeinschaftsgefühl — tradotto spesso come “sentimento sociale”, ma che include anche empatia, cooperazione e senso del contributo. Per Adler, una persona sana è capace di uscire dal narcisismo compensatorio per sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Nel buddhismo questa forza si chiama mettā, la prima delle quattro dimore divine (brahmavihāra): un amore disinteressato, universale, che non distingue tra sé e l’altro.
Entrambe le tradizioni convergono su una stessa verità: la guarigione non è isolamento, ma interconnessione. Non si tratta di “guarire l’ego”, ma di aprirlo, renderlo trasparente al mondo.
Pratica esperienziale: un gesto quotidiano di mettā consapevole
Vuoi integrare questi due approcci nella tua giornata? Prova questo esercizio ispirato a Adler + mindfulness:
- Siediti in silenzio, con la schiena eretta e lo sguardo morbido.
- Porta attenzione al tuo respiro, lasciando che si calmi naturalmente.
- Porta alla mente una tua “parte” che tende a giudicarti (es. la voce che ti dice “non sei abbastanza”).
- Visualizzala brevemente… e poi, dentro di te, rivolgi a quella parte queste parole: > “Possa tu stare bene.” > “Ti vedo. Non sei sbagliata, solo spaventata.” > “Ti accolgo come sei, senza aggiustarti.”
- Concludi con tre respiri profondi e un piccolo sorriso. Non hai risolto nulla, ma hai piantato un seme.
Bibliografia essenziale
- Adler, A. (1931). Was das Leben wertvoll macht. Springer.
- Rahm, G. (2017). Das Gemeinschaftsgefühl – Alfred Adlers Sozialethik. Vandenhoeck & Ruprecht.
- Ricard, M. & Lenoir, F. (2014). Il gusto di essere felici. Sperling & Kupfer.
- Salzberg, S. (2002). Lovingkindness: The Revolutionary Art of Happiness. Shambhala.
- Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living. Delta.
- Nhat Hanh, T. (1991). Peace Is Every Step. Bantam.
- Neuner-Jehle, N. (2020). Mindfulness in der Psychotherapie. Kohlhammer.
- Dreikurs, R. (1971). Maintaining Sanity in the Classroom. Harper & Row.
- Lutz, A. et al. (2004). Long-term meditators self-induce high-amplitude gamma synchrony…. PNAS.


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