• Il dolore, l’impermanenza e il non-sé: un’introduzione filosofica al buddhismo

    Quando si pensa al buddhismo, si immagina spesso una religione fatta di templi, statue e meditazione. Ma il buddhismo è anche — e forse prima di tutto — una filosofia pratica dell’esistenza, un insegnamento radicale che invita a guardare in faccia la sofferenza, la transitorietà delle cose e l’illusione del sé. In questa esplorazione, ci lasciamo guidare dalle parole del prof. Giangiorgio Pasqualotto, esperto di filosofia orientale all’Università di Padova.

    Un ciclo di insegnamenti per ritrovare lucidità Il buddhismo può essere compreso attraverso pochi concetti essenziali, radunati nel Dhammapada, un piccolo libro che raccoglie e distilla gli insegnamenti del Buddha in una lingua accessibile e concreta. In questo articolo approfondiamo i primi tre pilastri di questo pensiero: Dukkha (il dolore), Anicca (l’impermanenza) e Anattā (la non-esistenza del sé indipendente).

    Dukkha – Il dolore come porta d’accesso Il Buddha parte da un’osservazione semplice quanto sconvolgente: esistere comporta dolore. Il dolore non è una condanna assoluta, ma una condizione potenziale presente in ogni esperienza. La sua causa è taṇhā, la brama: desiderio ardente accompagnato da attaccamento verso ciò che non può durare. La via d’uscita sta nella consunzione della brama, simile alla cera che si consuma in una candela. Il processo si chiama nirodha (estinzione temporanea) e conduce al nirvana, mentre la pratica si articola nell’Ottuplice Sentiero — un insieme di strumenti etici, meditativi e cognitivi.

    Il dolore psicologico come campo di pratica Oltre al dolore fisico, il Buddha riconosce come centrale il dolore mentale, che nasce da:

    • essere vicini a ciò che si detesta,
    • o lontani da ciò che si ama.

    Questi dolori hanno origine nell’atteggiamento mentale con cui leggiamo la realtà: nel nostro attaccamento all’idea che le cose durino.

    Anicca – Niente è per sempre Tutto cambia. Tutto finisce. Nulla è eterno: né gli oggetti, né le persone, né le dottrine. Lo stesso Buddha rifiuta di pronunciarsi sull’eternità dell’anima o dell’universo. Come Kant, riconosce i limiti della ragione e invita a rivolgerci all’esperienza diretta. Persino il Dharma — il suo stesso insegnamento — è impermanente e destinato a trasformarsi. Non ci si deve attaccare a nulla, nemmeno al buddhismo.

    Anattā – Il sé come illusione relazionale Se tutto è impermanente, anche il non può essere qualcosa di fisso. La nostra identità è un flusso mutevole, fatto di relazioni e condizioni che cambiano. Attaccarsi a un’idea fissa di sé, come a un ruolo o a un’etichetta, è fonte di dolore — perché nulla di ciò che chiamiamo “io” è permanente.

    Conclusione – L’impermanenza come chiave di libertà Il buddhismo non invita a fuggire dalla realtà, ma a viverla con consapevolezza e leggerezza. Accettare che tutto cambia ci permette di amare senza possedere, vivere senza paura e lasciar andare senza rimpianto.

  • Che cos’è davvero la felicità?

    Tra Aristotele e la saggezza meditativa di Yongey Mingyur Rinpoche

    La felicità è un tema antico quanto l’essere umano. Da secoli, filosofi, mistici, poeti e scienziati cercano di definirla, inseguirla, afferrarla. Eppure, forse più che una definizione precisa, è l’esperienza diretta della felicità che ci guida.

    Per Yongey Mingyur Rinpoche, la felicità autentica è uno stato di chiarezza, calma, gioia e apertura interiore. Un sentire profondo che nasce dentro di noi, e che non dipende da ciò che accade all’esterno.

    Una visione che risuona in modo sorprendente con il pensiero di Aristotele, che più di duemila anni fa parlava di eudaimonia: la realizzazione armoniosa della nostra natura più autentica, attraverso la virtù e la saggezza.

    > “La felicità è il fine ultimo e autosufficiente della vita.” — Aristotele

    La trappola del desiderio realizzato

    La nostra cultura spesso ci suggerisce che la felicità è ottenere ciò che vogliamo: un oggetto, un traguardo, una persona. “Se ottengo questo… sarò felice.” Rinpoche racconta con ironia gli studi secondo cui le due principali fonti di felicità moderna sarebbero: vincere alla lotteria e sposarsi. Ma la felicità da lotteria dura in media due anni. Quella da matrimonio? Circa cinque.

    Dopo un po’, anche i sogni più dolci diventano normalità. E il cuore, instabile, cerca un altro appiglio.

    Aristotele non sarebbe sorpreso: per lui, infatti, la felicità non nasce dal piacere momentaneo, ma da una vita vissuta in accordo con la virtù, con equilibrio e comprensione della nostra natura.

    Dentro, non fuori

    Rinpoche osserva che quando cerchiamo la felicità fuori di noi, essa diventa fragile: ondeggia come una barchetta nel mare. Ma la felicità più profonda nasce dalla consapevolezza di sé, dal coltivare uno spazio interiore che non dipende da cosa succede “fuori”.

    In questo, sia Aristotele che Rinpoche sembrano suggerirci una stessa via: la felicità non è qualcosa da ottenere, ma una qualità da coltivare.

    Saggezza, metodo e virtù

    Come possiamo trovarla? Rinpoche parla di due forze da integrare: la saggezza (conoscere la natura delle cose e di noi stessi) e il metodo (compassione, amore, e pratica meditativa). Aristotele parlerebbe di phronesis (la saggezza pratica), che ci aiuta a scegliere ogni giorno ciò che ci allinea con il bene e il senso.

    In entrambi i casi, la felicità non è automatica. È un cammino, un allenamento dolce e profondo.

    Felicità come radice, non come foglia

    La gioia di cui parlano Rinpoche e Aristotele è silenziosa, come il respiro consapevole. Non ha bisogno di clamore, né di spettacolo. È come un albero ben radicato nella terra: le foglie possono tremare, ma il tronco rimane saldo.

  • Meditazione per pigri: piccoli passi, grande trasformazione

    Ti è mai capitato di amare l’idea di meditare… ma non di meditare davvero? Anche Yongey Mingyur Rinpoche confessa che da giovane era esattamente così. E oggi ci offre un consiglio genuino e compassionevole per tutti i praticanti che si sentono “pigri”.

    Non è mancanza di forza di volontà, è solo abitudine

    Il desiderio di meditare può esserci, magari dopo aver letto un libro o seguito un insegnamento, ma poi… “Domani, domani, domani”, e i giorni passano. Il problema non è la motivazione: è la difficoltà nel creare una nuova abitudine.

    Il segreto? Piccolo, ma ogni giorno

    Non serve promettersi “Da oggi mediterò per sempre”. È troppo pesante. Rinpoche propone invece una sfida dolce: meditare per 30 giorni consecutivi, anche solo per 1, 3 o 5 minuti. E se non riesci neppure ad alzarti dal letto, medita nel letto! Conta solo esserci.

    La pigrizia ha mille scuse. La consapevolezza non ne ha bisogno

    “Manca il tempo”, “non ho un luogo adatto”, “non ci sono le condizioni giuste”… eppure meditare si può ovunque, in qualsiasi momento e con qualsiasi cosa. È l’unica pratica che si adatta così profondamente alla vita reale.

    Meditazione formale e informale: tutto conta

    Se la meditazione seduta ti sembra troppo impegnativa, inizia da quella informale: ogni volta che ti accorgi di non star praticando, quello è già un momento di consapevolezza. Anche dire “Mi sono perso” è un ritorno alla presenza. Puoi perfino contarli: ogni distrazione che noti… è un piccolo risveglio.

    > “Oggi mi sono perso dieci volte. Fantastico. Dieci volte sono tornato.”

    Questa leggerezza può fare la differenza. Piano piano, la pratica si espande. E un giorno scopri che stai praticando non perché “devi”… ma perché non puoi farne a meno.

  • Mangiare consapevolmente: tre passi per trasformare il cibo in meditazione

    Viviamo in una società che ci spinge continuamente a consumare, e il cibo non fa eccezione. Mangiamo distratti, di corsa, inseguendo voglie spesso inconsapevoli. Ma cosa accadrebbe se ogni pasto diventasse un’occasione per coltivare presenza e lucidità?

    Yongey Mingyur Rinpoche ci propone una pratica potente: il mangiare consapevole, un modo per riconnetterci con ciò che nutre il corpo… e anche la mente.

    1. La visione: sapere con chiarezza

    La consapevolezza inizia dalla conoscenza. Sappiamo ormai tutti cosa fa bene e cosa fa male al nostro corpo. Ma oltre al “cosa”, Rinpoche ci invita a osservare anche il quanto e il quando mangiamo. Questa è la visione: portare presenza alla nostra alimentazione, comprenderne le abitudini e i condizionamenti. Come quando desideriamo cibo spazzatura non perché ne abbiamo bisogno, ma perché lo abbiamo imparato. Il desiderio agisce sotto traccia, e spesso prende il controllo.

    2. La meditazione: incontrare il desiderio

    La meditazione ci aiuta a riconoscere quel desiderio, a starci dentro senza respingerlo né seguirlo. Rinpoche propone una pratica semplice ma potente: 5 minuti di consapevolezza del respiro al giorno, per 21 giorni. Allenandoci così, saremo in grado di portare la stessa presenza anche al momento del pasto.

    3. L’applicazione: meditare mentre mastichiamo

    Mangiare con consapevolezza è una vera e propria meditazione. Rinpoche la chiama “meditazione sul sapore”. Consiste nel:

    • Tenere la schiena morbida ma dritta
    • Prendere un boccone e masticarlo lentamente, notando il gusto, la consistenza, la saliva
    • Osservare i diversi sapori emergere: salato, burroso, dolce
    • Notare il cambiamento del sapore tra la lingua, il centro della bocca, la gola

    Se siamo presenti con il gusto, allora il cibo diventa nutrimento non solo per il corpo, ma anche per la nostra presenza mentale.

    > “Due cose al prezzo di una”, dice Rinpoche con il suo inconfondibile sorriso: un buon sapore… e una mente più sveglia.

  • Meditazione e sonno: un approccio gentile per riposare meglio

    Dormire bene non è solo una questione di tecniche, ma di relazione con il sonno stesso. In questo insegnamento diretto e profondo, Yongey Mingyur Rinpoche ci offre una prospettiva diversa: non inseguire il sonno, ma incontrarlo con consapevolezza.

    1. Visione: smettere di cercare il sonno

    Spesso ci diciamo: “Devo dormire!”. Ma più vogliamo addormentarci, più il sonno ci sfugge. Questo è il gioco dell’attaccamento. Rinpoche suggerisce un cambio di atteggiamento: non forzare il sonno, ma semplicemente riposare. Dire alla mente: “Ora riposo meditando, anche se non mi addormento” permette di lasciare andare la tensione e creare spazio per il rilassamento profondo.

    2. Applicazione: creare le condizioni giuste

    Qui l’insegnamento si fa pratico e concreto. Alcuni consigli:

    • Evita la caffeina dopo le 13.
    • Muovi il corpo nel tardo pomeriggio: l’attività fisica aiuta a riequilibrare l’energia.
    • Tieni la stanza fresca e le luci soffuse.
    • Riduci stimoli forti come serie TV o videogiochi almeno un’ora prima di dormire.

    L’idea è calmare la mente che si concentra intensamente—non con sforzo, ma con piccoli gesti quotidiani.

    3. Meditazione: sentire il peso del corpo

    La tecnica proposta è la consapevolezza del corpo e, in particolare, della sua gravità. Sdraiati, rilassando i muscoli dall’alto verso il basso, come in un body scan che scende lentamente fino ai piedi. Infine, porta l’attenzione all’area dell’ombelico. Questa zona calma naturalmente l’energia mentale, favorendo un sonno più profondo e naturale.

    Ma la cosa più bella è che, anche se non dormi subito, ti stai comunque rilassando. E il rilassamento è già metà del sonno.

    > “Lascia andare anche la meditazione”, dice Rinpoche, “non essere troppo rigido. Così potrai lasciarti andare anche al sonno.”

    Meditazione e subconscio

    C’è un’ultima riflessione preziosa: praticare meditazione prima di dormire non solo aiuta il corpo a rilassarsi, ma influenza anche il subconscio. Quando ci addormentiamo, gli strati superficiali della mente si dissolvono. Se in quel momento siamo anche solo leggermente consapevoli, questa presenza lascia un’impronta benefica nella parte più profonda della nostra mente.

  • La mente che osserva: due forme di consapevolezza secondo Yongey Mingyur Rinpoche

    Viviamo immersi in un flusso costante di stimoli. Emozioni, pensieri, immagini, suoni: tutto passa attraverso di noi come vento tra le fronde. Ma cosa succede se, per un momento, smettiamo di inseguire ciò che accade fuori e ci fermiamo a osservare ciò che osserva?

    Yongey Mingyur Rinpoche, con la sua chiarezza gentile, distingue due forme di consapevolezza. La prima è quella che tutti conosciamo: quella “ordinaria”, che si attiva quando diciamo “questo mi piace”, “sono arrabbiato”, “vedo un fiore bello ma mi provoca allergia”. È reattiva, sempre proiettata all’esterno, catturata da ciò che accade.

    La seconda è la consapevolezza meditativa: non si limita a vedere, ma riconosce che sta vedendo. È quella parte di noi che può osservare il suono, l’emozione o il pensiero, senza esserne travolta. In questa prospettiva, non siamo più “bandiere nel vento”, ma testimoni stabili del fluire della vita.

    Rinpoche ci invita a coltivare questa consapevolezza tramite la meditazione. Anche solo ascoltando un suono, possiamo tornare a quella mente limpida, come acqua che si schiarisce lasciando depositare la sabbia.

    Meditare non è fuggire, ma fermarsi. Come un fiume che rallenta in una curva, diventando quasi specchio.

  • Manutenzione continua, proprietà zero: il corpo umano

    > “Let’s face it, the human body is like a condominium apartment. The thing that keeps you from really enjoying it is the maintenance. There’s a tremendous amount of daily, weekly, monthly and yearly work that has to be done. From showering to open heart surgery, we’re always doing something to ourselves. If your body was a used car, you wouldn’t buy it.” — Jerry Seinfeld

    Detta così fa sorridere — ma se ci pensi, ha un fondo di verità. Il corpo ci accompagna tutta la vita, ma richiede una quantità estenuante di attenzioni. E, nonostante i nostri sforzi, rimane in gran parte fuori dal nostro controllo.

    Certo, possiamo trattarlo bene. Mangiare sano, muoverci, dormire. Ma non possiamo decidere la nostra altezza, il colore della pelle, l’invecchiamento, o quando una malattia colpirà. Il corpo ha una sua logica, una sua traiettoria, spesso indipendente dalla nostra volontà.

    E allora: perché ci identifichiamo così tanto con qualcosa che non controlliamo davvero?

    Come spiegava Michel Foucault, “il corpo è investito da molteplici relazioni di potere”[^1]. La società lo trasforma in simbolo, oggetto, merce. E noi, senza accorgercene, iniziamo a guardarci attraverso lo sguardo degli altri. Finché finiamo per credere di essere quel corpo.

    Ma, come scrive Judith Butler, “ciò che il corpo è, come appare, è sempre una costruzione culturale”[^2]. È un’apparenza modellata da aspettative, linguaggi, ruoli. Non una verità interiore.

    Siamo molto di più.

    Possiamo usare il corpo come porta d’accesso alla consapevolezza. Non come identità, ma come spazio da abitare. Jon Kabat-Zinn lo dice con lucidità: “Se riesci a essere presente durante le attività abituali della tua vita quotidiana […] esse ti offriranno percezioni illuminanti su di te e sulla tua vita”[^3]. Il corpo, allora, non è più prigione né idolo. È esperienza. Presenza viva.

    Smettere di identificarci col corpo non significa trascurarlo. Significa tornare a noi stessi. A quello che siamo oltre la forma.

    [^1]: M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1976. [^2]: J. Butler, Corpi che contano, Feltrinelli, 2013. [^3]: J. Kabat-Zinn, Vivere momento per momento, TEA, 2008.

  • Diventa amico del panico, poi lui farà ghosting

    Il panico non si vince lottando. Più cerchiamo di mandarlo via, più lo alimentiamo. Resistere non lo indebolisce: lo rafforza.

    Invece, accogliere può cambiare tutto. Osservare i sintomi — cuore che accelera, respiro corto, nodo allo stomaco — e lasciarli esistere, senza interferire. Non aggiungere pensieri, non cercare significati: solo presenza.

    Quando diventa troppo intenso, si può tornare a un’ancora semplice e sicura: il respiro. Sentire l’aria che entra ed esce dal corpo, stabilizzare l’attenzione. Poi, da lì, tornare a osservare.

    Non è una tecnica per far sparire il panico, ma un modo per non esserne più schiavi.

    E succede qualcosa. Quando smetti di combatterlo e lo lasci semplicemente essere, il panico si trasforma. Si ammorbidisce. E poi, quando meno te lo aspetti, se ne va da solo. Come un amico ingrato: appena lo accetti così com’è, lui ti saluta e scompare.

  • La mente-scimmia e l’arte di domarla

    Hai presente quella vocina che salta da un pensiero all’altro come una scimmia impazzita sugli alberi della giungla mentale? Ecco, quella è la tua mente. Una macchina straordinaria, certo, ma anche capace di renderti schiavo del suo flusso costante di idee, giudizi, ricordi e preoccupazioni. Se non stai attento, diventa lei il tuo capo — e ti mette continuamente al lavoro: “Pensa a questo!”, “Analizza quello!”, “Preoccupati di quest’altro!”.

    Ma c’è un’alternativa.

    E se fossi tu il boss della mente?

    Il trucco è semplice a dirsi, ma richiede pratica: dare alla mente un compito, invece di subire i suoi ordini. Come? Iniziando da qualcosa di semplice e sempre presente: il respiro.

    Dirigere la mente verso il respiro — osservarlo, sentirlo, restare con lui — significa prendere in mano le redini. Significa non lasciarsi trascinare dalla scimmia-pensiero, ma invitarla a restare su un ramo, almeno per un po’.

    In questo modo non annienti la mente, ma la guidi. Non sei più il dipendente stressato di un capo esigente: sei tu l’imprenditore della tua attenzione.

  • Piacere e Felicità

    Ciò che chiamiamo piacere è spesso solo il sollievo da un dolore. Mangiare è piacevole solo se siamo affamati. Dormire è estasi, ma solo quando siamo sfiniti. Ogni piacere ha un’ombra. E ogni ombra è un bisogno insoddisfatto.

    La trappola fisiologica

    La neurobiologia lo conferma: ciò che inseguiamo come “piacere” è in realtà una scarica di dopamina che anticipa la ricompensa. Ma il cervello si adatta in fretta. È la famosa assuefazione: più otteniamo qualcosa che ci stimola, meno effetto fa. Il piacere si logora. Diventa abitudine. Poi noia. E infine frustrazione.

    Da qui nasce la spirale del “di più”: un altro morso, un altro scroll, un altro acquisto. Ma il picco che cerchiamo è sempre più difficile da raggiungere.

    La psicologia lo chiama “tapis roulant edonico”

    A ogni desiderio esaudito, torniamo rapidamente al livello basale di benessere. E allora rincorriamo la prossima cosa. La prossima emozione. Come se il piacere ci promettesse una felicità stabile. Ma quella promessa—semplicemente—non viene mantenuta.

    Il Filebo di Platone: più attuale che mai

    Nel Filebo, Socrate sfida la tesi del giovane Filebo, secondo cui la vita buona coincide col piacere. Eppure, nel dialogo, emerge una verità semplice: non tutto ciò che piace è buono, e non tutto ciò che è buono dà piacere. La felicità duratura, dice Platone, nasce da ciò che è “misurato, proporzionato e ordinato”—non da un’ebbrezza che va e viene.

    Socrate propone allora un’alternativa: la “vita mista”. Una vita in cui piaceri ci sono, sì, ma illuminati e regolati dalla consapevolezza e dalla ragione. Non repressi. Non idolatrati. Solo messi al loro posto.

    > “Quello che non ha misura non può essere felice.” > — Platone, Filebo

    La mindfulness come via d’uscita

    Quando osserviamo il piacere senza identificarci con esso, accade qualcosa di rivoluzionario: vediamo il meccanismo in azione. E smettiamo di confondere l’impulso con la libertà. Non si tratta di diventare asceti, ma di smettere di vivere in funzione del prossimo stimolo.

    La felicità, allora, non è un’onda. È uno sguardo. Uno spazio interno in cui non siamo più schiavi del bisogno.

    Conclusione: l’equivoco più grande

    Confondere il piacere con la felicità è come scambiare il lampo per il sole. Il primo è intenso, ma breve. Il secondo è stabile, anche quando non lo guardi. La felicità autentica nasce dalla consapevolezza: quella capacità di sentire il momento senza esserne travolti. Non urla. Non abbaglia. Ma resta.