• Non hai tempo per meditare? Allora vuol dire che non vai al gabinetto..

    E’ vero: la meditazione può non fare per tutti. Ma dire che “non funziona” dopo averci provato due volte di fretta, con Spotify che ti spara pubblicità ogni cinque minuti… è come dire che non ti piace Breaking Bad dopo aver visto solo mezza puntata.

    La verità è che la meditazione ha bisogno di tempo. Non tanto per diventare bravi—non c’è una classifica—ma per diventare onesti. Per accorgersi che sì, la mente corre. Che sì, è difficile restare fermi. E che proprio lì, in quel disagio, c’è qualcosa da ascoltare.

    Ma ecco che entra in scena la scusa preferita del millennio: “Non ho tempo.”

    La verità è che il tempo c’è, ma spesso si vergogna a farsi vedere.

    Si nasconde nei momenti più impensati: – mentre aspetti che bolla l’acqua per la pasta, mentre sei seduto in bagno (sì, anche lì: respiri, esisti, ottimo punto di partenza), sotto la doccia..

    Non si tratta di trasformarsi in monaci. Ma di non buttare via quei piccoli spazi in cui si può “tornare a casa” senza fare nulla di eroico.

    Se non senti benefici dalla meditazione, non sei sbagliato. Magari non hai dato tempo al tempo. O magari stai ancora aspettando che la meditazione ti “calmi”, senza accettare che il primo passo è vedere quanto sei agitato.

  • “Non mi importa del giudizio degli altri”

    È la frase preferita da magliette ribelli, bio Instagram e tatuaggi con font discutibili: “Non mi importa del giudizio degli altri.” Peccato che, nella maggior parte dei casi, sia il contrario. Anzi: spesso chi lo dice è proprio chi ne è ossessionato.

    Perché se c’è una cosa tipicamente adolescenziale (alcune volte l’adolescenza dura tutta una vita) , è dichiarare guerra ai giudizi altrui… con la segreta speranza che tutti applaudano. Il paradosso è questo: più urliamo che non ci importa, più stiamo chiedendo attenzione. Lo diciamo a voce alta, perché in fondo vogliamo che qualcuno ci ascolti — e magari approvi la nostra (presunta) indifferenza.

    Il punto è che il giudizio degli altri ci riguarda. Siamo esseri sociali, viviamo nello sguardo degli altri. È sano prenderli in considerazione: in alcuni casi serve a crescere, a correggere la rotta, a non vivere isolati nel proprio castello mentale.

    Il problema nasce quando quel giudizio diventa misura assoluta di ciò che siamo. Quando ci plasmiamo in base a come pensiamo di venire percepiti. Quando viviamo una vita da profilo social: selezionata, filtrata, adattata al “like”.

    Spesso però chi ci giudica vede solo un frammento. Un vestito, un tono di voce, un errore. Il giudizio è quasi sempre parziale, affrettato, condizionato da stereotipi o insicurezze altrui.

    La vera svolta non è dichiarare che “non ci importa”. È renderci conto di quanto ci importa — e scegliere come farci influenzare.

    La consapevolezza è tutto: sapere che siamo vulnerabili allo sguardo altrui, eppure capaci di non essere prigionieri di quel riflesso. Di ascoltare senza adeguarci. Di accogliere senza subire.

    E se ci credi davvero di non essere influenzato dal giudizio degli altri… credeghe ai ufo (credici agli ufo 👽), come si dice dalle mie parti 😄

  • I pregiudizi? Il vero problema è pensare di non averne

    Tutti abbiamo pregiudizi. Brutta notizia? No. Solo un po’ scomoda.

    Viviamo in un tempo che si illude della propria superiorità morale: crediamo che basti definirsi “aperti”, “inclusivi”, “progressisti” per non inciampare mai nei nostri condizionamenti. Ma i pregiudizi non si annidano nelle ideologie sbagliate: vivono dentro ciascuno di noi, silenziosi e operativi, anche quando pensiamo di esserne immuni.

    Il punto non è demonizzarli, ma riconoscerli. Perché il vero problema, spesso, non sono i pregiudizi in sé, ma la convinzione di non averne. È lì che diventiamo pericolosi: quando parliamo “a fin di bene” senza accorgerci che stiamo semplificando la realtà. Quando giudichiamo qualcuno convinti di essere obiettivi. Quando pensiamo di vedere chiaro, ma stiamo solo guardando attraverso il filtro delle nostre esperienze, paure, abitudini.

    Essere umani è un mestiere complesso. Siamo un intreccio di cultura, famiglia, esperienze, biologia. Pretendere di essere trasparenti a noi stessi è una forma sofisticata di ignoranza. Ci vuole coraggio per ammettere: sì, ho dei condizionamenti. Sì, sono pieno di automatismi che filtrano il mio modo di vedere gli altri.

    La buona notizia? È normale. È umano. Ma finché ci raccontiamo la favola della nostra perfetta neutralità, non cambieremo nulla. Solo nel momento in cui diventiamo consapevoli possiamo, magari con fatica, aggiustare il tiro.

    La consapevolezza non elimina il pregiudizio. Ma ci impedisce di scambiarlo per verità.

    E poi, diciamolo: senza giudizi a priori, ci pungeremmo ogni volta che prendiamo in mano una rosa. Il problema non è il giudizio in sé, ma quando diventa invisibile. Quando si camuffa da obiettività. Quando guida le nostre azioni senza passare dalla consapevolezza.

  • Contro la resilienza a ogni costo: elogio del momento in cui ci spezziamo

    Oggi tutto è resilienza: quella parola che un tempo si usava per descrivere i materiali elastici ora la trovi nei manuali di leadership, nei discorsi dei coach motivazionali. “Sii resiliente!” ci dicono. “Trasforma ogni caduta in un trampolino!”.

    La resilienza è diventata la nuova religione laica del benessere: una richiesta continua di tenere botta, sorridere, imparare da ogni crepa come se fossimo tutti vasi giapponesi da riparare col Kintsugi.

    Spezzarsi è un atto di sincerità. Quando crolliamo, vediamo cosa ci ha fatto cadere. Quando qualcosa si rompe, possiamo finalmente chiederci: era costruito bene? era mio? mi serviva davvero? Le crepe sono mappe. Ci indicano il punto in cui non abbiamo più finto. Il luogo esatto in cui qualcosa ha chiesto di essere ascoltato.

    La resilienza esasperata rischia di diventare un’altra maschera dell’efficienza: non ti concedi di cedere perché devi farcela. Ma forse, a volte, cedere è un inizio più onesto. Non un fallimento, ma un gesto di lucidità.

    Erich Fromm parlava della differenza tra l’avere e l’essere. Ecco: la resilienza da manuale è un verbo da avere: “devo avere forza, devo avere risorse”. Ma la fragilità, quella vera, ci riporta all’essere. Al sentire. All’ascoltare senza performance.

    Spezzarsi non è cedere il passo alla debolezza, ma aprire uno spazio per capire da cosa stavamo scappando. E forse, solo lì, nasce una forma di resilienza autentica: quella che non serve dimostrare a nessuno.

  • Più grande l’ego, più facile il colpo: come la società ci gonfia

    “Diventa la migliore versione di te stesso!”, “Credi in te e otterrai tutto!”. Frasi da tazze motivazionali, certo, ma anche slogan perfetti per vendere qualsiasi cosa: profumi, automobili, mascara..

    Viviamo immersi in una cultura che ci invita a espandere l’ego come un palloncino gonfiabile. Il messaggio è chiaro: così come sei non basta. L’identità diventa un progetto da ottimizzare, l’autostima un prodotto da perfezionare.

    Erich Fromm l’aveva visto con lucidità: nella società dell’avere, il valore della persona si misura in base a ciò che possiede, produce o mostra. Non c’è spazio per l’essere autentico, solo per un “io” ipertrofico che ha bisogno continuo di conferme. Ma proprio lì si apre il paradosso: più l’ego si gonfia, più si fa fragile. Più diventa visibile, più diventa bersaglio.

    Basta una critica online, un confronto scomodo, una giornata storta—e quell’ego brillante traballa. Perché se il tuo valore dipende da quanto sembri efficace, ammirato o vincente, sarà sufficiente un dettaglio stonato per sentirti nullo.

    E se invece ci fosse un’altra strada?

    Non si tratta di annullare l’io, ma di ridimensionarlo. Di togliergli il megafono. Di ricordare che non siamo il nostro “brand personale”.

    Quando l’ego perde centralità, succede qualcosa di buffo: si sta meglio. Si ride di più. Si è meno offesi e più liberi. Non serve più difendersi a ogni costo, si può stare nel mondo con un po’ più di morbidezza.

    > “L’uomo moderno pensa di perdere qualcosa—il tempo—quando non fa le cose in fretta; eppure non sa cosa fare del tempo che guadagna, se non ammazzarlo.” > — Erich Fromm, L’arte di amare

  • Meditare senza religione

    Meditazione: parola che evoca subito templi, mantra e qualche guru con voce da ASMR. Eppure, togli tutto il folklore e resta qualcosa di sorprendentemente semplice: sedersi, osservare e smettere di credere a ogni pensiero che ci passa in testa.

    E no, non serve appartenere a una religione. Né credere in qualcosa di metafisico, trascendente o esoterico. Serve solo una cosa: la curiosità di guardarsi dentro, come se ci si osservasse in uno specchio che non distorce (troppo).

    La consapevolezza è questo: vedere ciò che accade, dentro e fuori, senza fare la telecronaca emotiva di ogni istante. Niente “giusto” o “sbagliato”. Solo: “Ah, interessante.”

    E qui arriva il bello: osservando semplicemente, senza cercare di correggere o correggersi, emergono intuizioni che suonano stranamente profonde. Tipo: rispondere all’odio con altro odio peggiora tutto. Una scoperta banale? Forse. Ma quando la vedi davvero, nel tuo stesso modo di reagire, non serve che te lo dica un profeta. Ti basta respirare.

  • Serenità Ora! E il Fallimento della Rabbia Repressa

    Frank Costanza, il padre di George in Seinfeld (serie televisiva di grande successo negli Stati Uniti), è un uomo caratterizzato da reazioni esagerate e da una costante lotta con la propria ira. Su consiglio di una cassetta motivazionale, inizia a ripetere “Serenità ora!” ogni volta che sente salire la frustrazione. Ma anziché diventare più pacato, si ritrova in preda a scoppi d’ira ancora più intensi. Perché accade questo?

    Il paradosso della soppressione emotiva

    Sopprimere le emozioni non significa gestirle. Quando proviamo a reprimere la rabbia senza comprenderne l’origine, questa accumula energia fino a esplodere in modo ancora più distruttivo. È il cosiddetto effetto pentola a pressione: più cerchiamo di bloccare il vapore, più rischiamo un’esplosione improvvisa.

    Mindfulness e gestione delle emozioni

    L’approccio della mindfulness si basa sull’accoglienza delle emozioni. Invece di gridare “Serenità ora!” come Frank, un praticante di mindfulness potrebbe osservare la rabbia, riconoscerla e lasciare che si dissolva naturalmente. Non si tratta di combatterla, ma di prenderne consapevolezza senza identificarsi con essa. In questo modo eviteremo il classico effetto ‘Serenity Now, Insanity Later’😊

  • Meditazione sulla Carbonara: Un Esperimento Filosofico

    🍝 Prova a non pensare alla carbonara (Spoiler: ci penserai eccome!)

    Hai mai provato a non pensare a qualcosa? Se sì, avrai notato che più ci sforziamo di eliminare un’idea dalla mente, più quella idea si fa strada con prepotenza. Oggi ti propongo un esperimento di meditazione giocoso ma illuminante:

    Sfida: Per un minuto, prova a non pensare alla carbonara. 💭 Risultato: Ti ritroverai a visualizzare guanciale croccante, pecorino grattugiato e quella crema irresistibile di uova.

    Perché succede?

    Questo fenomeno ha radici nella psicologia cognitiva. Quando cerchiamo di reprimere un pensiero, il nostro cervello deve monitorarlo costantemente per assicurarsi che non ci stia venendo in mente… il che lo rende inevitabilmente centrale.

    Nella mindfulness, invece, impariamo ad accogliere il pensiero senza combatterlo. Se la carbonara appare nella tua mente, osservala con gentilezza, riconoscila, e lascia che scivoli via senza opporre resistenza (o senza precipitarti a cucinarne una!).

    Lezioni dalla carbonara

    Questa riflessione vale non solo per i piatti romani, ma per la vita intera. Pensieri, emozioni e sensazioni non devono essere repressi: osservandoli senza giudizio, impariamo a viverli con più consapevolezza.

  • Meditazione del respiro: un’ancora per la consapevolezza

    La meditazione del respiro non è un semplice esercizio introduttivo, ma uno dei pilastri della mindfulness. Il respiro è sempre presente, indipendentemente da ciò che accade, ed è per questo che rappresenta un’ancora fondamentale per riconnettersi alla consapevolezza.

    Come praticarla

    Per iniziare, trova una posizione stabile e rilassata:

    • Siediti su una sedia, evitando di appoggiare la schiena sullo schienale.
    • Mantieni la schiena dritta, ma senza tensioni.
    • Appoggia le mani sulle cosce o in grembo.
    • Tieni i piedi ben radicati al pavimento.
    • Chiudi gli occhi e porta l’attenzione al punto in cui percepisci meglio il respiro, spesso l’addome.

    Accogli il tuo respiro così com’è, senza cercare di modificarlo. Quando la mente inizia a vagare – perché lo farà – osserva dove si trova, senza giudicarti, e con gentilezza riporta l’attenzione al respiro.

    La mente divaga? Fa parte della pratica

    Un errore comune è pensare che la mindfulness consista nel bloccare i pensieri. In realtà, il suo obiettivo è osservarli senza identificarsi con essi.

    Mindfulness: consapevolezza prima del benessere

    La mindfulness non ha come fine il benessere, ma la consapevolezza.

    Il benessere, paradossalmente, non si ottiene cercandolo direttamente, ma è un frutto naturale della consapevolezza. Quando impariamo a vivere nel presente senza opposizione ai pensieri o alle emozioni, troviamo una serenità spontanea che non dipende dalle circostanze esterne.

  • Mindfulness: un cammino di consapevolezza

    La meditazione è un concetto ampio e spesso frainteso. La mindfulness nasce dalla pratica Vipassana, introdotta in Oriente oltre 2500 anni fa, ma non ha alcuna connotazione religiosa: è un metodo di consapevolezza accessibile a tutti.

    Tradizionalmente, la meditazione era vista come una pratica di assorbimento, in cui la sofferenza poteva temporaneamente svanire. Ma cosa accade quando torniamo alla vita quotidiana? La Vipassana non cerca di evitare il dolore, ma di riconoscerlo, accoglierlo e comprenderlo per quello che è.

    La mindfulness è una meditazione di consapevolezza, in cui osserviamo pensieri, sensazioni, emozioni e stati d’animo senza esserne trascinati, accogliendoli con presenza e gentilezza. Un maestro Zen consigliava di trattare i pensieri come degli ospiti a cui bisogna tenere la porta aperta perché possano entrare ed uscire liberamente dalla stanza, ma non bisogna offrire loro il tè.☕😊